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“Tirocini durante il percorso universitario per capire se si è portati per l’insegnamento”

“Che cosa rende inadeguato il 17 per cento degli insegnanti? Il fatto di non comunicare agli studenti gli obiettivi della lezione, di non presentare chiaramente i contenuti di apprendimento, di non seguire nel corso della spiegazione una sequenza logica degli argomenti trattati”, spiega il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, riferendosi agli esiti della ricerca intitolata Osservazioni in classe. “Gli insegnanti ci rivelano di sentirsi ben preparati per ciò che riguarda le conoscenze disciplinari, molto meno invece nelle competenze didattiche”. Alla fine, però, insiste Gavosto, “non sappiamo davvero che cosa avvenga nelle nostre aule”.

La ricerca Osservazioni in classe, realizzata da Invalsi e Fondazione Agnelli, ha cercato di colmare questo limite: “Con il consenso e la collaborazione di dirigenti e insegnanti – racconta Gavosto – siamo entrati nelle classi di scuola primaria e secondaria di I grado per capire meglio come lavorino quotidianamente gli insegnanti italiani, così da fondare i ragionamenti di politica scolastica su evidenze empiriche raccolte con rigore. L’attenzione è andata in primo luogo alle strategie e alle pratiche didattiche”. Risultato? Insegnanti di matematica più efficaci di quelli di italiano. E ancora: più del 23 per cento degli insegnanti possiede ottime capacità di svolgere al meglio la tradizionale lezione dalla cattedra, che invece viene svolta in modo inadeguato da circa il 17 per cento dei docenti, con il restante 60 per cento che si colloca a un livello medio e ha importanti margini di miglioramento. E’ questa la situazione della didattica nelle scuole primarie e medie, che fuoriesce – come abbiamo riferito nei giorni scorsi – da “Osservazioni in classe”, una ricerca frutto di una collaborazione tra la Fondazione Agnelli e Invalsi. Dall’indagine – effettuata grazie a 188 osservatori su un campione di oltre 1.600 insegnanti di italiano e matematica di 207 istituti comprensivi in tutto il Paese – risulta che gli insegnanti della scuola primaria sono mediamente più virtuosi dei professori delle medie: il 34 per cento si colloca nella fascia di eccellenza nel fornire agli allievi indicazioni sulle strategie e i metodi da seguire (9 per cento in più delle medie, dove sono il 25 per cento). Gli insegnanti di matematica, come detto, risultano mediamente più efficaci dei loro colleghi di italiano (33 per cento contro il 25 per cento).

La ricerca ha voluto osservare come lavorano in aula gli insegnanti di primarie e secondarie di I grado. Secondo la Fga “investire in formazione alla didattica deve essere un obiettivo di Next Generation EU”. Ma come stanno le cose? “Non sono pochi – spiega Andrea Gavosto – gli insegnanti italiani che nel lavoro quotidiano in aula dimostrano ottime capacità didattiche. Lo conferma la nostra ricerca secondo la quale una percentuale fra il 25 e il 30 per cento degli insegnanti del primo ciclo, primarie e secondarie di primo grado, riesce a offrire in modo assai efficace alle proprie classi spiegazioni strutturate e strutturate proposte di attività, favorendo gli apprendimenti, l’elaborazione attiva e consapevole dei saperi, l’autonomia. Tuttavia, ciò ancora non basta, perché a dispetto di una retorica spesso di segno contrario, gli insegnanti non sono tutti uguali. Se vogliamo davvero un salto di qualità negli apprendimenti degli studenti del nostro Paese – in ogni grado scolastico – è necessario uno sforzo energico per migliorare le capacità didattiche del maggior numero possibile di docenti, portando a livelli elevati sia quanti oggi non vanno oltre una decorosa sufficienza sia i futuri neoassunti. Investire in innovazione didattica e formazione degli insegnanti deve essere un obiettivo del piano italiano in vista di Next Generation EU”. Gavosto sintetizza così i risultati della ricerca, frutto di una collaborazione pluriennale fra Fondazione Agnelli e Invalsi, una parte della quale dedicata alle strategie e alle pratiche didattiche in aula è stata presentata oggi. Il progetto – seguito per la Fondazione Agnelli da Gerard Ferrer-Esteban, ora ricercatore della Universitat Autònoma de Barcelona – ha consentito di osservare direttamente nelle classi il lavoro didattico quotidiano di un campione rappresentativo di oltre 1600 insegnanti di italiano e matematica, di ruolo e supplenti annuali, nelle scuole primarie e medie di 207 istituti comprensivi in tutto il Paese.

Dottor Andrea Gavosto, che cosa vi ha spinti a condurre una ricerca di questo genere?

“Spesso si afferma che in Italia è necessario migliorare l’insegnamento, rinnovare la didattica, riformare la formazione dei docenti. Anche la Fondazione Agnelli lo dice da tempo. Gli stessi insegnanti ci rivelano – ad esempio, attraverso le indagini internazionali Ocse-Talis – di sentirsi ben preparati per ciò che riguarda le conoscenze disciplinari, molto meno invece nelle competenze didattiche. Alla fine, però, non sappiamo davvero che cosa avvenga nelle nostre aule. La ricerca Osservazioni in classe, realizzata da Invalsi e Fondazione Agnelli, ha cercato di colmare questo limite: con il consenso e la collaborazione di dirigenti e insegnanti, siamo entrati nelle classi di scuola primaria e secondaria di I grado per capire meglio come lavorino quotidianamente gli insegnanti italiani, così da fondare i ragionamenti di politica scolastica su evidenze empiriche raccolte con rigore. L’attenzione è andata in primo luogo alle strategie e alle pratiche didattiche. I risultati presentati la scorsa settimana si riferiscono a questa parte della ricerca, che non è però l’unica. Abbiamo, infatti, osservato anche come gli insegnanti gestiscano la classe: mi riferisco alla gestione del tempo, delle regole e all’organizzazione dello spazio di apprendimento, come essi forniscano supporto, aiuto e guida ai propri allievi, in che misura, cioè, i processi di insegnamento rispondano a criteri di inclusione e uguaglianza di trattamento. E ancora: in qual modo il clima di classe e la qualità delle relazioni al suo interno siano un fattore per migliorare gli apprendimenti o piuttosto un ostacolo. Queste ulteriori parti della ricerca le presenteremo in seguito”.

Qual è stato il metodo usato?

“Un metodo innovativo per l’Italia. In primo luogo, abbiamo individuato un campione rappresentativo di oltre 1600 insegnanti di italiano e matematica – di ruolo e supplenti annuali – nelle scuole primarie e secondarie di I grado di 207 istituti comprensivi in tutta Italia. In ogni istituto sono state selezionate due classi di quinta primaria e due classi di prima media, che sono state visitate da 188 osservatori, che Invalsi e Fondazione in precedenza avevano formato a lungo e in modo specifico. La formazione e la metodologia di osservazione sono state orientate ad attenuare la soggettività del giudizio, uniformandolo attraverso una griglia di interpretazione condivisa. L’osservazione è stata condotta su una lezione di due ore di italiano – ambito linguistico-antropologico per la primaria – e su una di due ore di matematica – ambito matematico scientifico per la primaria. Ciascun insegnante è stato osservato in tre momenti successivi da differenti coppie di osservatori”.

Dalla ricerca emerge che un buon numero di docenti impegnato nei vari cicli di istruzione non sembra adeguato al difficile compito. Che cosa vuol dire essere “inadeguato”?

“Il giudizio di maggiore o minore adeguatezza è stato costruito a partire da un’analisi della letteratura pedagogica contemporanea – nazionale e internazionale – su quali pratiche risultino più utili in classe per il processo di apprendimento. A seconda delle caratteristiche osservate, la gradazione dei giudizi ci dice quale percentuale di insegnanti agisca in modo efficace o molto efficace, quale invece si collochi in uno spettro intermedio, quale infine non sembri all’altezza della specifica attività didattica. Ad esempio, abbiamo visto che circa il 23 per cento degli insegnanti osservati ha ottime capacità di svolgere al meglio la tradizionale lezione trasmissiva dalla cattedra, mentre il 60 per cento si colloca a un livello intermedio. Che cosa rende, in questo caso, inadeguato secondo i criteri della ricerca il 17 per cento degli insegnanti osservati? Il fatto di non comunicare agli studenti gli obiettivi della lezione, di non presentare chiaramente i contenuti di apprendimento, di non seguire nel corso della spiegazione una sequenza logica degli argomenti trattati”. Quali sono gli aspetti della professione che mostrano maggiori criticità, dal vostro punto di osservazione? “Per quanto riguarda le pratiche didattiche colpisce, in primo luogo, la consistenza del gruppo di insegnanti che non fanno male, ma neppure particolarmente bene. Una ‘zona grigia’ che spesso è vicina al 60 per cento. Si pensi a quanto potrebbero migliorare i risultati degli studenti, se si riuscisse a investire in formazione per alzare il livello di questi docenti. L’altro risultato da segnalare è che gli insegnanti di scuola primaria sembrano mediamente più abili nella didattica dei colleghi delle medie”. Le migliori performances registrate nella scuola primaria vi fanno dire che tante difficoltà denunciate siano imputabili all’assenza di una formazione didattica nei corsi di laurea dedicati alle discipline che si insegnano nella scuola secondaria. Si diventa matematici ma non è detto che poi si sappia insegnare la materia o gestire una classe. È così? “Siamo convinti che ciò possa dipendere, fra le altre cose, dal diverso percorso di formazione, che nel caso degli insegnanti della primaria dà maggiore rilievo alle competenze didattiche. Come sappiamo, invece, in Italia ai professori delle scuole medie e a quelli delle superiori è stata sempre e soltanto richiesta una buona conoscenza della disciplina, mentre poca attenzione è stata data alla formazione didattica, oggi ridotta veramente ai minimi termini: si chiedono solo 24 striminziti crediti universitari su 120, definiti in modo genericissimo”. Sono davvero ipotizzabili università che preparino, all’interno dei loro piani degli studi, a diventare buoni insegnanti di scuola secondaria di primo e secondo grado come succede in Scienza della formazione primaria? “Non solo è ipotizzabile, è necessario. Un modello adottato in molti paesi europei, che si potrebbe pensare anche per l’Italia, prevede che le fasi di apprendimento teorico e di formazione pratica si alternino, affiancando lo studio disciplinare, pedagogico e didattico ai tirocini in aula. Il vantaggio è che il futuro insegnante, già durante il percorso universitario, può applicare le nozioni apprese e capire se è effettivamente portato per l’insegnamento. Però, ha ragione lei. Una riforma del sistema di formazione iniziale per i docenti delle secondarie richiede il coinvolgimento delle università, che finora non l’hanno certo favorita. Per gli atenei devono essere previste risorse e incentivi adeguati a sostenere questo sforzo”. Il sistema del reclutamento degli insegnanti è sempre il vostro osservato speciale. Che cosa non funziona, dal vostro punto di vista, al di là dell’aspetto relativo alla formazione didattica? “Nella ricerca Osservazioni in classe e nelle sue conclusioni non affrontiamo il tema del reclutamento, che è a sua volta molto complesso e merita un discorso a sé. Le dico solo questo, in estrema sintesi. Primo, occorre tornare a un modello che tenga separate abilitazione e assunzione. Una migliore formazione didattica dei docenti deve comunque – al contrario di oggi – precedere entrambe, così da potere essere efficacemente valutata, non meno della formazione disciplinare. Secondo, qualsiasi modello di reclutamento si scelga, deve anche offrire prospettive e incentivi di carriera tali da non scoraggiare i migliori giovani laureati a scegliere questa fondamentale professione”. È possibile immaginare un contributo alla formazione degli insegnanti proveniente dai fondi europei della Next generation Eu? “Secondo la Fondazione Agnelli, investimenti nella formazione dei docenti – in particolare, sul piano dell’innovazione didattica – dovrebbero essere previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza in vista dei fondi di Next Generation EU. Nel PNRR preparato dal governo Conte a questo tema erano dedicate solo enunciazioni retoriche, ma nessun progetto specifico e pochissimi quattrini. Il nuovo governo dovrebbe considerare questo punto una priorità in materia d’istruzione, accanto all’edilizia scolastica. Non scordiamoci che una migliore qualità dell’insegnamento è condizione necessaria anche per prevenire dispersione scolastica e povertà educativa”.

Fonte: www.orizzontescuola.it


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